Modica Greta

MONUMENTI DI CANTU’

BASILICA DI SAN VINCENZO A GALLIANO

Titolo: BASILICA SAN VINCENZO DI GALLIANO, (Cantù )
Periodo: Tra V e VI Secolo
Autore:Ariberto D’Intimiano
Materiale: Marmo e Cotto
Il toponimo Galliano deriva dai Galli che, infiltrati nella pianura padana nel 388 a.C., qui eressero un loro villaggio. Gli scavi archeologici condotti in questi luoghi, però, hanno dato alla luce soprattutto testimonianze romane diventate assidue dopo il 196 a.C., anno in cui Marco Claudio Marcello conquistò Como.
Ad iniziare dalla metà del V secolo d.C. alle are ed alle iscrizioni che provavano il culto di Giove, della Triade Capitolina, di Minerva e di alcune divinità locali, si cambiarono le prime epigrafi in cristiane.
Esisteva, quindi, un edificio sacro dedicato a San Vincenzo di Saragozza -il cui sorgere è tra il V ed il VI secolo- con annesso un battistero. Da queste costruzioni deriva anche il pavimento a piastrelle geometriche di marmo bianco e nero, rimesso in uso nel presbiterio sopraelevato della Basilica e nel Battistero, ancora esistente sotto il pavimento in cotto.
La Chiesa, così come attualmente conosciuta, si iniziò a riedificare nel X secolo: risalenti a questo periodo le navate su cui Ariberto d’Intimiano, intorno al Mille, fece innestare l’abside e la cripta. E fu riconsacrata Basilica dedicata a San Vincenzo proprio da Ariberto (nato nel 970 circa, fu vescovo di Milano dal 1018 al 1045), allora suddiacono e “custode” del sacro fabbricato, che probabilmente ne era il possessore per tradizione familiare. Di ciò si avrebbe una riprova dalle epigrafi graffite sotto agli affreschi dell’abside che ricordano la morte del padre, del fratello e del nipote di Ariberto.
L’interno è dominato dall’alto presbiterio sotto cui si stende la cripta costruita simultaneamente all’abside. Le pareti della navata centrale sono sorrette da tarchiati pilastri, semplici blocchi di pietra, su cui poggiano le arcate; il grande arco, sul lato vicino alla facciata, fu aperto alla fine del XIV secolo. In alto alcune delle finestre originarie vennero otturate, una solo limitatamente, per destinare agli affreschi una superficie più dilatata.
Fino alla metà del secolo scorso esisteva un’iconostasi, composta da due colonne corinzie sormontate da un’architrave di legno, che divideva la navata maggiore dal presbiterio. Permane, invece, l’ambone “a cornu evangelii” risalente ai primi decenni del XII secolo. Affrescato sui due lati, oggi conserva, sul fronte a fianco della scalinata centrale, le figure del Toro e del Leone simboli degli Evangelisti Luca e Marco. Coevi sono anche i semicapitelli che ornano l’altro fronte. Più remota, probabilmente giunto da un ambone contemporaneo ai lavori di Ariberto,è l’aqpilaleggio riconducibile al Mille o ai primi decenni dell’XI secolo.
Sotto l’ambone scende la scala di accesso alla cripta. In corrispondenza dell’altro accesso forse esisteva un secondo ambone, da cui si leggeva l’epistola, poi ridotto alle forme attuali. Sull’alto parapetto vi è un affresco della fine del XIII secolo raffigurante da destra a sinistra: l’Acangelo San Michele, San Pietro, la Madonna col Bambino, S. Paolo, S. Vincenzo, S. Ambrogio e S. Adeodato. Nel catino absidale grandeggia il Cristo giudice affiancato dagli Arcangeli Michele e
Gabriele (ancora visibile fino al secolo scorso) abbigliati come guardie d’onore imperiali. Interessante la resa del tutto singolare che si distanzia da altri modelli di narrazione per immagini dell’Apocalisse. All’estrema sinistra avanza la schiera delle Sante, a destra quella dei Santi, tutti recanti palme e corone simboli abituali del martirio. Al centro, in basso, i profeti Ezechiele e Geremia si prosternano davanti alla mirabile apparizione. Sotto la mandorla l’iscrizione latina sottolinea la autorità-signoria di Gesù, raffigurato come un imperatore scortato dalle truppe (a riprova di quanto già detto circa la narrazione per icone del Giudizio di Dio nella storia). Lo schema di questa teo-fania (apparizione della divinità) è ricavato dal Libro di Ezechiele ed era più diffuso nell’arte bizantina, copta e siriaca che non in quella occidentale. Nell’emiciclo inferiore dell’abside è affrescata la Passione di S. Vincenzo di Saragozza che illustra il martirio subito dal titolare della Basilica ed allude alla passione di Gesù. A causa della sua fede il Santo fu condannato da Daciano, governatore di Saragozza nel IV secolo, dapprima alla flagellazione (scena da sinistra) e quindi alla tortura del piombo fuso. Dopo la morte il corpo di S. Vincenzo, buttato in mare con una pietra al collo, fu rinvenuto sulla spiaggia da alcuni cristiani che gli resero degna sepoltura. Nell’ultimo riquadro trova posto la nicchia del SS. Sacramento tra S. Adeodato con le braccia spalancate in preghiera e Ariberto d’Intimiano che offre al Cristo della visione il “modello” della Basilica da lui ripristinata. L’affresco col ritratto di Ariberto fu staccato intorno al 1850 e, restaurato, è stato risistemato in loco. Sotto le scene del martirio, il più antico cielo pittorico conosciuto dedicato a S. Vincenzo, si svolge un fregio di1 cornucopie, girali d’acanto e frutti beccati da uccelli, simbolo delle gioie che attendono il cristiano in Paradiso.
Entrano, in equilibrata fusione, elementi veterotestamentari. Altra allusione al paradiso è nella fascia, attorno alla teofania, a emicicli addossati popolata da numerosi uccelli. Sull’arcone trionfale il pennacchio sinistro illustra l’Ascensione di Elia sul carro di fuoco, simbolo dell’Ascensione di Cristo; forse il pennacchio destro riportava Giona vomitato sulla spiaggia dal pesce, che è il simbolo della Resurrezione. L’arco dell’abside è messo in risalto da una cornice di conchiglie, pesci, granchi e calici di cristallo che allude al “mare di cristallo” descritto da Ezechiele nella sua visione. Alla sommità un tondo con l’effigie di un pellicano si ricollega al Cristo, sacrificatosi sulla croce per salvare l’umanità. Il fregio soprastante, una serpentina alternata da riquadri con busti di profeti avanza rapidamente sopra gli affreschi dell’arco trionfale e quelli della navata: secondo la studiosa Tamborini questa sarebbe la riprova che «i dipinti furono eseguiti a poca distanza di tempo gli uni dagli altri, sebbene da artisti diversi». Autorevoli studiosi hanno proposto varie datazioni ed hanno riscontrato dissomiglianze esecutive tra le scene dell’abside e quelle delle pareti: noi ci riferiamo allo studio più recente in materia che vede nuovamente, avvalorando o confutando, le teorie precedenti. Per la prof. Paola Tamborini l’abside e l’arco trionfale sono opera di un pregevole maestro di formazione lombarda, ma in possesso di una vasta cultura, operante tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo. Gli affreschi della navata si presentano in uno stato lacunoso a già5RIèi annisubiti nel corso dei secoli. Sulla parete di sinistra si trovano, dall’alto in basso, la Storia di Adamo ed Eva, la Storia di Giuditta e la Storia di S. Margherita; sulla parete di destra, sempre dall’alto in basso, la Storia di Sansone e la Storia di S. Cristoforo. La distinzione sulle pareti rispecchierebbe la separazione delle donne dagli uomini ancora in uso nelle chiese cristiane fino a pochi decenni fa. Della Storia di Adamo ed Eva sono ancora parzialmente visibili la Cacciata dai Paradiso e la Vestizione dei progenitori con tuniche di pelliccia, secondo un’iconografia lombarda piuttosto rara. La Storia di Giuditta si svolge da sinistra verso destra e si apre con l’avanzare delle truppe di Oloferne, unica scena superstite. Anche la Storia di S. Margherita di Antiochia presenta numerose lacune; la Santa era invocata dalle partorienti e la sua vita ricorreva frequentemente nell’arte medievale. Gli affreschi sulla parete di fronte sono meglio conservati. Di grande suggestione è l’enorme effigie di 5. Cristoforo alta quanto i due registri che ne raccontano la vita. Le dimensioni sonà determinate dalla leggenda popolare secondo cui la semplice visione della mano del Santo preservava il fedele da morte violenta, consentendo al cristiano di pentirsi dei propri peccati. Probabilmente la chiesa conservava una reliquia del Santo a cui erano dedicati l’altare e il vasto cielo degli affreschi, il più antico e il più esteso che si conosca in Occidente; gli episodi della vita, da sinistra a destra, seguono la più antica leggenda orientale.

BATTISTERO DI SAN GIOVANNI BATTISTA A GALLIANO

Battistero di San Giovanni Battista
L’edificio religioso divenne chiesa pievana e sede del Capitolo dei Canonici, inoltre per diversi secoli San Vincenzo di Galliano godette speciale affetto tra i Canturini che diedero in dono terreni ed altre proprietà: la donazione più antica è risalente al 1284.
Nel 1584 il Capitolo ed il Prevosto si trasferirono alla chiesa di San Paolo a Cantù, dopo che San Carlo Borromeo, vescovo di Milano dal 1560 al 1584, trovò la Basilica e le case canonicali in condizioni di semiabbandono. Durante la visita pastorale del 1616, il cardinale Federico Borromeo, dispose alcuni restauri per far durare la chiesa dalla rovina, purtroppo queste sue istanze non furono eseguite.
Nel 1801 il complesso architettonico -durante la dominazione francese- fu venduto a privati, dopo che la commissione artistica, formata dall’architetto e decoratore G. Albertolli, dal pittore A. Appiani e dallo storico L. Bossi, giudicò la Basilica di “niun riguardo”.
Ed il complesso del San Vincenzo di Galliano fu così convertito in casa colonica. La perdita della navatella meridionale, del campanile e, limitatamente, degli affreschi distrutti o deturpati dalla calce furono le più grosse perdite che ancora oggi ci testimoniano –quasi cicatrici- lo snaturamento e l’aggressività subito dal Tempio.
Si deve ad un vicario foraneo di Cantù -Don Carlo Annoni- si interessò all’antica costruzione inserendola dettagliatamente e facendone eseguire copia di tutte le pitture nel suo studio del 1830 Monumenti e riti politici e religiosi del borgo di Canturio, pubblicato a Milano nel 1835.
Solo dal 1909 la Basilica fu rientrata in possesso dal Comune di Cantù. I primi restauri, condotti dall’architetto Ambrogio Annoni nel 1933-34, permisero di riaprire la chiesa al culto. Nuovi restauri agli affreschi della navata eseguiti a più riprese negli anni 1955, 1956, 1967, 1981, hanno portato al distacco di alcuni dipinti che, trasferiti su pannelli di masonite, sono stati collocati sulle pareti originali.
Le Storie di Sansone e di S. Cristoforo sono opere di due artisti che lavorarono poco tempo dopo il Maestro dell’abside alla cui opera si ispirarono.
La cripta è uno dei primi esempi conosciuti con pianta ad oratorio. E’ divisa in tre navate da quattro esili colonne con capitelli risalenti ad un periodo compreso tra la fine dell’VIII e il IX secolo; le campate irregolari sono coperte da crociere su archi trasversi. In questo luogo Ariberto mise, in occasione della consacrazione del lt)07, le spoglie di Sant’Adeodato, dei sacerdoti Ecelesio e Manifredo e del diacono Savino, già sepolti nella chiesa preesistente. Una lapide posta sulla fronte dell’altare della cripta ricorda solennemente il fatto solenne (oggi è sistemata sulla parete della navatella vicina alla porta, poco distante da quella funeraria di S. Adeodato, morto nel 525).
Le reliquie di Sant’Adeodato e dei primi cristiani canturini furono traslate nella chiesa di San Paolo il 29aprile 1634. Sulla parete, vicino alla scaletta a sud, si trova l’immagine di una venerata Madonna del latte, forse dell’inizio del XIV secolo. Sulle paraste, che reggono gli archi delle campate, si trovano figure di Santi ad affresco riconducibili alla metà del XIII secolo.
Dirimpetto alla Madonna del latte erano presenti affrescati un Santo vescovo tra due diaconi, poi staccati e trasportati sulla controfacciata, riconducibili al secondo quarto del XIV secolo.
Sempre sulla controfacciata, rispettando la posizione originaria, si conserva l’affresco coi Santi: Maria Maddalena, Veronica , Orsola e Primo dipinti intorno alla metà del XIV secolo.
Le due navate ancora esistenti risalgono alla prima metà del X secolo. Ne sono prova la tecnica edilizia usata, grandi pietre in spessi letti di malta, e le nicchie a timpano che si trovano all’esterno nella parete settentrionale della navata maggiore, non infrequenti nell’architettura tra il VII e IX secolo. Inoltre è limpidamente visibile che tra i muri della navata centrale e l’arcone trionfale non vi è estensione lineare di costruzione, ma che questo è addossato a quelli. I lavori sostenuti da Ariberto agli inizi del Mille constano nell’innalzamento dell’attuale arco trionfale e del centrale abside. La parete esterna dell’abside è ricamata da arcate cieche dove le alte lesene (circa 5 m.) hanno un mero valore decorativo. Tra le lesene si aprono le finestre della cripta, a livello del suolo, e sotto le arcate quelle interne dell’abside.
Anticamente si estendeva davanti alla Basilica anche un quadriportico che fu eretto presumibilmente durante l’età aribertica: il modello del sacro edificio che Ariberto tiene sollevato nelle mani presenta una torre campanaria ed un accenno di portico. Ciò è altresì dimostrabile dagli ultimi resti (già nel XVIII secolo non esisteva più il quadriportico antistante l’ingresso) di una parasta sulla facciata, a sinistra della porta centrale, e la ghiera che scavalca la porta tappata della navata minore.

SAN MICHELE E BIAGIO

Titolo : Chiesa di San Michele e Biagio (Cantù)
Periodo: sec. XVI
Autore: Ignoto
Parrocchia della diocesi di Milano. La chiesa di San Michele risulta elencata tra le dipendenze della pieve di Galliano fin dal XIII secolo. La “capella” di San Michele di Cantù è ancora citata nel 1398 tra quelle del plebato di Galliano. Nel Liber seminarii mediolanensis del 1564 figura tra le cappelle della pieve di Galliano anche quella di San Michele di Cantù “alias de l’Archinto”. Già compresa nella pieve di Galliano, passò in seguito a quella di Cantù, e compare nelle visite pastorali compiute nella pieve di Cantù con la dedicazione a San Michele. Nella serie degli annuari della diocesi la parrocchia figura con tale intitolazione fino al 1957; dal 1958 assume la dedicazione ai Santi Michele e Biagio. Dal XVI al XVIII secolo la parrocchia di San Michele di Cantù, a cui era preposto il vicario foraneo di Cantù, è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi e delegati arcivescovili di Milano nella pieve di Cantù, inserita nella regione IV della diocesi. Nel 1764, durante la visita dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Cantù, nella chiesa parrocchiale di San Michele, si aveva la confraternita o sodalizio del Santissimo Sacramento. Il numero dei parrocchiani era di 866 di cui 580 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Cantù esistevano gli oratori di San Rocco; San Carlo; Sant’Antonino martire. Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la parrocchia di San Michele possedeva fondi per 149.20 pertiche; il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 961. Nella coeva tabella delle parrocchie della città e diocesi di Milano, la rendita netta della parrocchia di San Michele assommava a lire 937.12.5; la nomina del titolare del beneficio spettava al padronato. Nel 1900, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Cantù, la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 910.57. Entro i confini della parrocchia di San Michele esistevano gli oratori di San Carlo e di Maria Vergine Assunta alla Barisella; si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento. Il numero dei parrocchiani era di 2200. Tra XIX e XX secolo la parrocchia dei Santi Michele e Biagio di Cantù è sempre stata compresa nella pieve di Cantù e nel vicariato foraneo di Cantù, nella regione IV, fino alla revisione della struttura territoriale della diocesi, attuata tra 1971 e 1972, quando è stata attribuita al decanato di Cantù nella zona pastorale V di Monza.
Notizie tratte da: “Civita, Le istituzione storiche del territorio lombardo, le istituzioni ecclesiastiche – XIII – XX secolo, Diocesi di Milano”, Regione Lombardia, Culture, Identità ed Autonomie della Lombardia, Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di scienze storiche e geografiche “Carlo M. Cipolla”, Arcidiocesi di Milano, Archivio storico diocesano, Milano, marzo 2002.

SAN PAOLO

Titolo : San Paolo (CANTU’ )
Periodo: Fine XI Secolo
Autore: Pellegrino Ribaldi
Materiale: Pietra di Moltrasio
La chiesa di San Paolo risale alla fine dell’ XI secolo ed è caratterizzata da schema a tre navate, con abside rivolta ad est e copertura con volte a botte, che, nella seconda metà del 1600, hanno sostituito l’originaria struttura acapriate lignee.
Dal sagrato è possibile accedere alla coeva cappella della Madonnina, piccolo edificio a pianta quadrata e facciata a capanna che svela all’interno la più antica raffigurazione del borgo di Cantù, risalente ai secoli XIII e XIV.
Dell’ edificio originario restano, all’esterno, il basamento dell’abside centrale e le decorazioni ad archetti pensili sopra il protiro in pietra di Moltrasio.
Il campanile originariamente era la torre in pietra del castello Pietrasanta, edificato a difesa del colle più alto del borgo e venne completato con una cella campanaria in mattoni, a due piani, sormontata da un’alta cuspide cotto, su disegno di Pellegrino Tibaldi nella seconda metà del XVI secolo.
Risale al primo ventennio del Seicento il protiro su disegno di Pellegrino Ribaldi, che, fino alla fine del XXVIII secolo, è connesso ad un portico esteso per tutto il lato nord dell’edificio. Questa struttura è stata in parte demolita per l’inserimento del blocco quadrangolare corrispondente alla cappella del S. Crocifisso, edificata nel 1795 su progetto di Carlo Felice Soave.
Le vetrate della navata maggiore rappresentano invece i quattro santi canturini: Adeodato, Ecclesio, Manfredo e Savino – le cui spoglie ritrovate a Galliano nel 1584 sono state spostate a San Paolo in concomitanza con il trasferimento del Capitolo voluto dal cardinale Carlo Borromeo, che la fece diventare chiesa prepositurale, spostando la pieve da Galliano a Cantù.
Sopra il portale principale si ha una vetrata quattrocentesca raffigurante le teste di San Pietro e San Paolo.

L’affresco della volta del presbiteriorisale al XIX secolo e rappresenta il trionfo di San Paolo, mentre le vetrate del coro rappresentano gli episodi della caduta da cavallo del santo, la conversione e la persecuzione a Roma.
Degni di nota anche il martirio di Sant’Apollonia, i quattordici medaglioni posti nella navata centrale, sopra le colonne che raffigurano gli apostoli ed i santi Marco, Luca e Paolo.
Nella sacrestia si trova la tela “Apparizione del Dio biblico all’esercito” di Camillo Procaccini.

SAN TEODORO

Titolo : San Teodoro (Cantù)
Periodo: 1207
Autore: Gerolamo Quadrio
Materiale: Laterizio
La basilica di San Teodoro, di origine romanica, è una struttura a tre navate del 1200 ma ampiamente rimaneggiata nel ‘600.
La notizia più antica relativa alla chiesa di S. Teodoro risale al 1207, anno in cui Ardico, prevosto di Galliano, cita espressamente la chiesa nell’ambito di un carteggio con alcuni personaggi sull’orlo della scomunica.
La chiesa in quel tempo si presentava rivestita della decorazione pittorica, il pavimento era in laterizio a mattonelle quadrate e rettangolari, la copertura in legno su cui appoggiavano i coppi.
Dell’attuale monumento, di classica impostazione a tre navate concluse da absidi, possiamo ritenere originaria solo l’abside centrale, in quanto le due laterali state demolite nel XVII secolo per essere poi ricostruite ad inizio ‘900.
Più tardi con invece sono alcuni elementi come le aperture del muro che sovrastano l’abside centrale, la croce romanica e i due oculi di pietra.
A partire dal 1640 la chiesa è stata oggetto di interventi di demolizione delle absidi laterali, sostituite da due cappelle a pianta rettangolare. L’ingegnere Gerolamo Quadrio ridisegnò radicalmente il campanile, costruì le volte di copertura che andavano a sostituire il soffitto cassettonato e realizzò le nuove sagome a stucco di capitelli e pilastri. La Cappella del Crocefisso venne edificata sul finire del secolo scorso. All’inizio del 1900 furono sistemati gli altari laterali sul progetto dell’architetto Campanini e venne riportato alla luce l’originaria struttura romanica.

SANTA MARIA

Titolo: SANTA MARIA (Cantù)
Periodo:1093
Autore: Gerolamo , Giovan Battista Quadrio e Adalberto da Cluny
Nel 1093 il Benedettino Adalberto da Cluny, che aveva già fondato a Pontida un monastero di monaci della sua riforma, volle istituirne un altro di monache a Cantù, da dedicare alla Beata Vergine.
A capo del Monastero pose come Priora Agnese di Borgogna alla quale, così come alle suore che continuano il suo insegnamento, la tradizione della lavorazione del prezioso merletto canturino.
Il Monastero fu riedificato nel 1690 e, nello stesso anno, fu annesso alla Chiesa di Santa Maria edificata al suo fianco (1665-1680) per cura degli ingegneri Gerolamo e Giovan Battista Quadrio.
L’imponente chiesa, a pianta centrale con otto colonne corinzie raggruppate in coppie, dove ancora riposano le reliquie della prima Priora Agnese, e il vicino Monastero subirono deplorevoli devastazioni durante la Repubblica Cisalpina (nel 1798 la stessa Repubblica soppresse anche l’Ordine delle Benedettine e la fabbrica fu trasformata in caserma); successivamente la chiesa fu comperata all’asta da Giacinto Galimberti e, dopo il ritorno degli Austriaci, fu restaurata e consacrata a cura del Prevosto Carlo Annoni.
Il convento invece divenne proprietà del demanio; acquistato dal Comune di Cantù all’inizio del sec. XX, è stato adibito ad uso uffici pubblici e aule scolastiche che si allineano ai lati del chiostro grande e di quello minore, splendido e intatto (pur bisognoso di urgenti restauri), di Santa Chiara.

SANT’AMBROGIO

Titolo: Chiesa di S. Ambrogio e Antico Monastero (Cantù)
Periodo: 1507
Materiale: Stucco
Umiliate di Sant’Ambrogio, fino al 1476 non legate da voti e prive di indumenti religiosi, abbracciarono la regola di Sant’Agostino e solo nel 1505 il Papa Giulio II concesse loro licenza di poter costruire il Monastero (con perpetua clausura) e di poter fabbricare la Chiesa, in conformità ai duri principi della Regola.
La Chiesa, detta della Trasfigurazione, fu innalzata intorno al 1570 grazie all’intervento finanziario di Suor Letizia della famiglia Alciati (nobile famiglia locale).
A pianta quadrata, con ampia cupola affrescata e assai decorata di stucchi, opera dei Maestri Intelvesi, cadde in totale abbandono in seguito alla soppressione dell’ordine durante la Repubblica Cisalpina: sconsacrata all’inizio del sec. XIX, venduta all’asta nel 1818, viene trasformata, insieme al Monastero (già scuola militare) in abitazioni e magazzini privati.
Ben poco resta oggi del suo primitivo splendore: massicci interventi di restauro e consolidamento (voluti dall’ Amministrazione Comunale ne ha affidato l’incarico all’arch. Marco Dezzi Bardeschi) sono stati finalmente avviati nel chiaro intento di un recupero architettonico ed artistico finalizzato a promozioni istituzionali (auditorium, spazio per mostre, conferenze, ecc.).
Nulla resta invece dell’Antico Monastero, il quale, un po’ per incuria un po’ per soluzioni alquanto discutibili, è stato abbattuto nel 1936 per formare l’attuale Piazza Marconi.

SANT’ANTONIO

Titolo: Chiesa di Sant’Antonio (Cantù)
Periodo:Fine XII Secolo
Autore: Ignoto
Materiale: Muri in pietrame, Laterizio
Della chiesa romanica, risalente alla fine del XII secolo, restano solo le murature perimetrali e la facciata. La chiesa è caratterizzata da un’unica navata coperta con capriate in legno.
Alla fine del XIV secolo risale un rimaneggiamento gotico, mentre il campanile è posteriore al 1600. La chiesa si ritiene sia stata costruita contemporaneamente ad un ospedale, di cui rimangono, sul lato ovest, pochi resti negli edifici annessi alla chiesa, che si sviluppano attorno ad un cortile rettangolare.
A causa di guerre ed altri eventi sinistri, l’ospedale decadde e venne affidato ai canonici regolari di S. Antonio di Viennois, che offrivano assistenza e ristoro ai pellegrini e viaggiatori.
Durante la pestilenza del 1631 presso la chiesa di S. Antonio venne costituito un lazzaretto.
La cappella presbiteriale ha un perimetro poligonale con muri in pietrame e robuste lesene, mentre l’abside è caratterizzata all’esterno da archetti pensili in laterizio.
Le aperture sono costituite da due finestre dal profilo leggermente arcuato, probabilmente originali, ed un oculo centrale murato.
Dal punto di vista decorativo, internamente, si ricordano la tavola, ora scomparsa, dipinta in onore di S. Antonio abate, alcuniaffreschi interni, una statua in pietra del santo patrono, una policroma dedicata a sant’Antonio.
Con l’inizio del XXI secolo si sono effettuati restauri sulla chiesa, con il risanamento della copertura, la rimozione della zoccolatura in legno che rivestiva le pareti della navata, la messa a norma degli impianti, il recupero degli intonaci originali, il restauro dei resti degli affreschi interni e del portale in cotto.

SANTUARIO DELLA MADONNA DEI MIRACOLI

Titolo: Santuario della Madonna dei Miracoli (Cantù)
Periodo: 1543
Autore:Zanolini
Materiale: Marmo
Il Santuario della Madonna dei Miracoli o Madonna Bella si trova poco fuori Cantù, in piena Brianza ed è il punto di riferimento della devozione nella zona.
Secondo la tradizione, nel 1543, fuori la porta di Campo Rotondo (ora piazza degli Alpini), era presente un pilastro su cui era impressa la sacra effige della Madonna Bella (da cui il nome), che le anime devote erano solite adorare; proprio qui nel 1550 ca., Maria apparve ad una fanciulla, Angiolina della Cassina Novello, intenta a pregare per la fine della carestia, presso l’immagine. Maria le disse di andare in paese e avvisare che era tempo di mietere; con grande stupore e felicità tutti andarono a raccogliere le messi miracolose e la miseria terminò.

Presto la notizia si diffuse in tutta la zona dando inizio al culto di Santa Maria Bella, i tanti miracoli che si raccontano la fecero diventare la Madonna dei Miracoli.
L’immagine è ora conservata sopra l’altare e risale al 1300, forse un tempo posta in un altro edificio sacro e rappresenta Maria, tra due angeli musicanti davanti ad un trono in legno tricuspidato, con un raffinato stile gotico.
All’esterno della chiesa colpisce subito l’osservatore, la bella facciata in stile barocco, ma con un gusto che risente anche del neoclassico; fu terminata nel 1900 per opera dell’architetto Zanolini ed è ricca di elementi decorativi: nella parte inferiore, presenta delle lesene che la dividono in tre scomparti; nella parte superiore, si trova la statua della Madonna Immacolata, custodita dentro una nicchia raggiata.
All’interno presenta una struttura a tre navate, sormontate da volte a cupola in corrispondenza del transetto; la volta centrale era in origine più alta dell’attuale di due metri circa, come evidenzia l’affresco sulla parete.
Nel 1637-38, la Cappella grande fu meravigliosamente dipinta da Giovanni Mauro della Rovere, detto ilFiamminghino, su consiglio di San Carlo Borromeo, che visitò il santuario nel 1570 e notò la mancanza di opere pittoriche.
Il Fiamminghino si occupò magistralmente anche della cupola al cui centro la Vergine Assunta è circondata da putti festanti, sopra un porticato di otto scomparti, in cui sono rappresentati assisi sul trono i profeti Ezechiele, Geremia, Isaia, Mosè, il Re Davide e il Re Salomone.
Sulle pareti del presbiterio verso la chiesa, sempre ad opera del Fiamminghino, troviamo due bellissime raffigurazioni: La visita dei Re Magi (a sinistra) e Le nozze di Cana (a destra).
Le vistose differenze all’interno del santuario sono dovute al crollo che nel 1837 interessò la struttura e costrinse ad una lunga e dispendiosa ristrutturazione.
Nella seconda metà del ’800 un altro crollo, portò alla ricostruzione dell’esterno del presbiterio, che fu però abbellito con degli stucchi, dei bassorilievi, degli ornamenti e opere pittoriche dall’architetto Giacomo Moraglia e, sempre in questa occasione, l’immagine della Madonna Bella fu spostata sull’altare maggiore, in marmo bianco, opera del Calvi, perfetta cornice per la sacra effige.
Gli affreschi del coro sono molto interessanti, opera di un autore ignoto, risalgono al 1724.
Tra il 1846 e il 1909 furono rifatti l’organo, l’altare maggiore e il pulpito in stile cinquecentesco, ma non sempre la nuova struttura si integra bene con la struttura antica, diversa la spazialità definita da luci, colori e materiali diversi; nelle navate i toni dominanti del bianco e dell’ocra, si distinguono dallo spazio attorno all’altare che presenta invece colori vivaci e decisi.
Nel 1923, sulla parete destra della Chiesa, fu eretto un nuovo altare, ideato dall’architetto Orombelli, in onore ai caduti della prima guerra mondiale.
Sulla navata di sinistra è visibile L’incoronazione della Vergine opera di Camillo Procaccini, risalente al 1610 e, sull’altare minore, L’apparizione di Cristo a S. Teresa opera di Grandon del 1714.

VILLA CALVI

Titolo:Villa Calvi (Cantù)
Periodo:1886
Autore:Ignoto
Villa Calvi è una tipica villa urbana, posta in pieno centro storico del quale trae tutte le comodità unite a quelle del parco antistante. Fu originariamente residenza della famiglia Sola; i Calvi, milanesi, vi soggiornarono periodicamente nel corso dell’Ottocento fino al 1886 quando il conte Carlo Calvi vendette la proprietà.
Il giardino fu acquistato (promotore il Circolo Operario) con la sottoscrizione di circa 120 cittadini e aperto all’uso pubblico. La villa fu invece comperata, pare, dagli Orombelli e donata successivamente al Comune.
La villa è costituita da un corpo lineare piuttosto allungato, in gran parte attribuibile ai primi anni dell’Ottocento, in forme sobrie individuabili nell’aspetto originale nella sola facciata ovest sul giardino, essendo stata alterata quella sulla strada dalla giustapposizione di un corpo ancora assialmente strutturato analogamente alla soluzione originale ma in pretenziose forme fasciste, cosicché il loggiato architravato che vi si apriva costituisce ora solo una parte del grande atrio interno del municipio.
L’architettura originaria della villa appare molto semplice, con qualche richiamo agli elementi formali neoclassici, ma è assolutamente priva degli stilemi magniloquenti del neoclassico aulico. Il rapporto tra le sali centrali e il giardino è risolto, come in molte ville minori di campagna, semplicemente di porte-finestre, corrispondenti ad un impercettibile aggetto della fascia di gronda della porzione mediana, marcate anche da una modesta pedana; a lato di quest’ultima spiccano due statue di leoni, di notevole evidenza figurale, non connessi alla struttura della villa, ma in un certo senso funzionali alla focalizzazione assiale e prospettica della lunga facciata.
Nella testata sud è ricavata la serra, direttamente inglobata nello stesso volume della villa, distaccandosi quindi dai consueti schemi tipologici neoclassici che prevedono in genere la serra risolta in forme autonome e spesso addirittura distaccata fisicamente dal corpo della villa: la sua presenza, evidenziata da una serie di archi a pieno sesto, è di fatto abbastanza mimetizzata, tanto più che al piano superiore le si sovrappone una delle sale originali, una delle poche anzi che conserva in parte la struttura ottocentesca (se non le decorazioni).
Lo schema interno è stato infatti stravolto dalla destinazione a municipio con la creazione di un grande scalone di stile fascista a fianco dell’atrio (ma esterno al vecchio loggiato) e con una galleria superiore che distribuisce ai vari uffici.

MONUMENTI DI COMO

PALAZZO DEL BROLETTO

Titolo:Broletto (Como)
Periodo:1215
Autore:Bonardo da Codazzo
Materiale:Marmo Lombrardo
Il Broletto di Como – lato piazza del Duomo (sud-ovest)
Il Broletto di Como è la sede originaria, in epoca medievale, del Comune della città di Como.
Venne sito a fianco dell’antica Cattedrale (che a partire dal Quattrocento avrebbe lasciato il posto al nascente Duomo attuale), a significare il forte legame fra il potere civile del Comune e quello della Chiesa. La sua edificazione risale al 1215 per volontà del podestà Bonardo da Codazzo.
Esso fu realizzato in stile gotico-romanico mentre gli elementi rinascimentali della facciata risalgono al Quattrocento. La facciata si presenta a fasce di marmo lombardo in tre colorazioni differenti: bianco, grigio e rosso, mentre la torre civica è stata costruita adottando la tecnica del bugnato.
A partire dal Quindicesimo Secolo l’avanzamento della costruzione del Duomo richiese il taglio di due archi verso sud (1477) e la chiusura di un portico sullo stesso lato (1514). Questa rimozione comportò la separazione del palazzo comunale in due unità distinte, e comunemente indicate dai cittadini con “Broletto” quella ad ovest e “Pretorio” ad est. Venne modificato anche il livello della piazza, che fu alzato, come è possibile constatare ancora oggi osservando il basamento dei pilastri sotto il portico.

Il Broletto di Como – lato via Pretorio (nord-est)
Una volta persa la sua funzione civica il Broletto, a partire da 1764, divenne sede di un teatro e successivamente fu adibito ad archivio.

DUOMO DI COMO

Titolo:Duomo di Como
Perido:1396
Autore:Lorenzo degli Spazzi di Laino e Filippo Juvara
Materiale:Marmo, Onice e Bronzo
Il duomo di Como, intitolato a Santa Maria Assunta, è la chiesa cattedrale di Como. Situato vicino al lago, rappresenta uno dei più ragguardevoli monumenti dell’Alta Italia. È l’ultima cattedrale gotica costruita in Italia, nel 1396, dieci anni dopo la fondazione del duomo di Milano. I lavori per la costruzione, iniziati in quell’anno su progetto di Lorenzo degli Spazzi di Laino, terminarono nel 1770, con l’elevazione della cupola, opera di Filippo Juvara.
Lungo 87 metri, largo 36-56 metri, alto 75 metri al culmine della cupola, presenta un impianto a croce latina con tre navate e transtetto sormontato da un’imponente cupola. All’interno vi sono custoditi arazzi del XVI secolo e XVII secolo, eseguiti a Ferrara, Firenze, Anversa e dipinti cinquecenteschi di Bernardino Luini e di Gaudenzio Ferrari.
La facciataLa facciata del Duomo di Como, realizzata tra il 1447 e il 1498, ci appare oggi perfettamente allineata al Broletto ed alla torre civica (diventata nei secoli campanile del Duomo stesso), ma è questo un aspetto non scontato e quasi singolare, considerando che il Duomo non nasce su un terreno libero da vincoli e preesistenze, ma sull’area che ospitava l’antica chiesa di Santa Maria Maggiore. Il Broletto venne costruito in quest’area a diretto contatto con la chiesa, non come in altre città, affacciandosi e fronteggiandosi sulla stessa piazza, ma affiancandosi alla chiesa di Santa Maria Maggiore e a quella di San Giacomo sul lato opposto (anticamente lunga quasi il doppio dell’attuale, arrivando così fin quasi ad allinearsi col Broletto). Il Broletto attuale è solo in realtà la facciata di un edificio in origine quadrilatero, che con le due chiese formava un unico complesso.
Quando si decise di intervenire sulla chiesa, ampliandola, si iniziarono ad impostare i pilastri nella parte dell’altare, mantenendo lo stesso interasse di quelli esistenti, così facendo la facciata si sarebbe venuta a trovare o arretrata rispetto a quella del Broletto, oppure decisamente nel mezzo dell’antistante piazzetta; si decise perciò a quel punto di impostare la facciata allineandosi al Broletto, impostando poi di conseguenza la disposizione interna. Secondo alcuni racconti invece il Broletto era in origine più lungo di due arcate, sacrificate per far posto alla chiesa. Durante gli scavi vennero ritrovate alcune fondazioni che si pensò appartenessero alla parte mancante del Broletto ma studi più approfonditi hanno permesso di capire come invece in quella posizione si situasse il campanile di Santa Maria Maggiore, poi distrutto per fare posto all’ampliamento della chiesa, le campane furono “provvisoriamente” sistemate sulla torre civica che divenne da quel momento definitivamente il campanile della nuova chiesa.
Nel medioevo scultura, pittura ed altre forme d’arte presenti nelle chiese erano pensate per la preghiera del popolo analfabeta e dovevano perciò raccontare gli aspetti principali della messa e i racconti del vangelo: la facciata del Duomo di Como è la rappresentazione esterna di questa preghiera che nasce dall’interno della chiesa e si manifesta poi al di fuori. La facciata è organizzata con una composizione che “rispecchia” l’organizzazione dello spazio interno a tre navate, e presenta molte analogie sia con la facciata del Duomo di Milano, sia con quella di Sant’Agostino, sempre a Como.
La facciata, di chiara matrice gotica (un gotico “italiano” che proprio grazie al diffondersi in tutta Europa dell’opera dei Magistri cumacini andrà via via assimilandosi al gotico internazionale), è suddivisa verticalmente da 4 lesene, decorate da serie di sculture, che suddividono una zona centrale e due laterali; la prima presenta il portale d’ingresso, un rosone ed ai suoi lati due finestre dalla forma allungata, le parti laterali presentano ciascuna una porta d’ingresso ed una bifora posta al di sopra.
La maggior parte delle sculture presenti sulla facciata sono riconducibili ad Amunzio da Lurago, o alla sua scuola, e sono realizzate in stile gotico, alcune di queste sculture presentano però caratteri propriamente rinascimentali (sono ad esempio più staccate dalla parete e dotate di autonomia dal fondo mentre quelle gotiche formano un tutt’uno con la parete di fondo). Al di sopra del portale sono presenti due tondi all’interno dei quali due sculture rappresentano Adamo ed Eva, al di sopra sono presenti cinque sculture di santi poste all’interno di una sorta di loggia (organizzate come in un polittico) con al centro la Madonna e ai suoi lati S. Giovanni Battista e Sant’Abbondio mentre nelle nicchie più esterne si trovano San Proto e San Giacinto; al di sopra di queste sculture è presente un altro tondo (anch’esso chiaramente gotico) in cui la scultura di un giovinetto, secondo le convenzioni dell’epoca, rappresenta lo Spirito Santo (questo tipo di rappresentazione fu abolita nel ’700 da Papa Benedetto XV); sulla sommità del rosone è posta una piccola edicola in cui una statua rappresenta Dio Padre, al di sopra del rosone sono presenti tre edicole, le due ai lati rappresentano l’arcangelo Gabriele l’una, e la vergine l’altra, mentre quella superiore, al centro (di chiaro stile rinascimentale) rappresenta la resurrezione.
Da questa descrizione si nota come la parte centrale della facciata sia strutturata in modo molto preciso: alla base Adamo ed Eva rappresentano l’umanità, mentre salendo s’incontrano i santi e ancora più sopra, nel punto più alto, Dio. Questo tipo di impostazione si rispecchia in quella dell’intera facciata: nella parte più bassa delle lesene sono rappresentati uomini comuni (ad esempio sulla lesena esterna a sinistra è rappresentata una donna, che si è ritenuto essere, erroneamente, Giovanna d’Arco e, a lato un uomo che si è ritenuto essere, anche in questo caso erroneamente, San Giorgio, mentre è semplicemente un capitano di ventura), salendo si incontrano i santi sia sulle lesene sai ai bordi delle finestre nella parte centrale (alcuni chiaramente identificati, altri ancora sconosciuti), salendo lungo la facciata e nell’ideale scala gerarchica, si trova nel punto più alto il “gugliotto” che rappresenta Dio.
Nella facciata è inoltre possibile ritrovare, al centro, la Santissima Trinità: lo Spirito Santo, rappresentato al di sotto del rosone, questo a sua volta rappresenta Cristo, mentre al di sopra del rosone è rappresentato Dio Padre. Al di sopra del portale e delle porte d’ingresso laterali sono presenti delle lunette in cui sono rappresentate scene della vita di Maria: al centro, sopra il portale, è rappresentata l’adorazione dei magi, mentre le altre scene (presenti anche al di sopra delle porte sui lati della chiesa) rappresentano la visita di Maria ad Elisabetta, la presentazione al tempio, la fuga in Egitto; le due edicole sopra il rosone mostrano invece l’annunciazione.
Operando un altro tipo di lettura è possibile notare come la facciata del Duomo di Como rappresenti idealmente la società dell’epoca, che ha partecipato, in diverso modo alla sua realizzazione: così gli ordini monastici sono rappresentati dalle statue dei santi loro fondatori o confratelli, ed allo stesso modo le diverse corporazioni avevano fatto inserire il loro santo protettore, nella parte bassa invece uomini e donne comuni, di cui si è già parlato, rappresentano il popolo nella sua interezza, accanto ad alcuni simboli che Raffigurano probabilmente le famiglie più importanti della città che avevano evidentemente sovvenzionato la costruzione. Così come in una scena tutta la società comasca dell’epoca è idealmente rappresentata nella facciata del suo Duomo.
A proposito dei diversi santi rappresentati è possibile notare alcune particolarità probabilmente non casuali: nella lesena di sinistra, in direzione del lago, è rappresentato San Cristoforo, protettore dei viaggiatori e, a fianco, con bastone e cappa, San Giacomo, pellegrino e viaggiatore per eccellenza, entrambi rivolti verso del lago. Sulla lesena di destra invece troviamo San Francesco e, vicino, altri frati francescani, e non pare casuale che in quella direzione si trovassero all’epoca alcuni conventi francescani; lo stesso vale per altri santi fondatori di altri ordini monastici, presenti nella città; dovendo poi riempire tutte le “caselle” che compongono la facciata si è poi tralasciata questa sorta di disposizione simbolica inserendo i vari santi in modo più casuale (non mancano inoltre un paio di ripetizioni dello stesso santo, su una delle lesene e a lato di una finestra in un caso, e su due diverse lesene nell’altro).
Dalla composizione geometrica della facciata è possibile comprendere perché le due finestre ai lati del portale siano più alte di quelle laterali: se a partire dal rosone si immagina di tracciare un cerchio ad esso concentrico, che passi per il tondo in cui è rappresentato lo Spirito Santo, si ottiene il vertice delle finestre centrali, mentre con un altro cerchio, concentrico ai precedenti, che passi per la sommità dell’edicola più alta si trova il vertice delle finestre laterali, infine con un altro cerchio, sempre concentrico ai precedenti, che passi per la sommità del gugliotto, è possibile individuare la posizione delle due porte d’ingresso laterali. In ultimo, anche la posizione del rosone non risulta casuale all’interno della facciata, è infatti possibile notare come, descrivendo il più grande triangolo contenuto all’interno della facciata, il rosone si trovi nel suo centro. E’ infine possibile notare che, ai lati del portone principale, siano state collocate le statue raffiguranti Plinio il vecchio e Plinio il giovane. I due naturalisti e scienziati romani (tra l’altro fondatori del primo museo di storia naturale che si conosca e che sorgeva in località di Borgo Vico) sono probabilmente l’unico esempio di rappresentazione scultorea di personaggi laici sulla facciata di un duomo.
Restauri
La cattedra episcopale e il vecchio altare maggiore, oggi non più utilizzato
Il primo intervento di restauro che ha interessato la facciata del Duomo di Como risale al 1933 quando, per correggere lo “strapiombo” della facciata (che rischiava di crollare sulla piazza antistante), si è operato “smontando” le pietre della parte superiore e ricomponendole “a piombo” nella loro esatta posizione. Un ulteriore intervento, nel secondo dopoguerra, ha interessato il gugliotto che, colpito da un fulmine, aveva subito una torsione rimanendo però miracolosamente al suo posto. Più recentemente si è intervenuto per salvaguardare le statue di Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane poste ai lati del portale che, a causa dello smog ed altre impurità, rischiavano di essere corrose, si sono perciò posizionate, a protezione delle due statue, due teche di vetro che dopo alcuni anni sono ormai entrate a far parte dell’immagine consolidata della facciata. Altri interventi più recenti hanno infine interessato la sostituzione di alcuni marmi che compongono la facciata, eccessivamente rovinati, si è così inoltre potuto restituire alla facciata stessa una cromia più veritiera, eliminando così la comune convinzione che “le cattedrali erano bianche come i mulini”.
L’internoSi tratta di un maestoso spazio a tre navate scandite da due file di pilastri che marcano interassi di lunghezza diversa. Le pareti sono decorate da dipinti fra i quali spiccano I santi Sebastiano e Cristoforo (secondo altare della navata destra), l’ Adorazione dei pastori di Bernardino Luini, sormontata da Due profeti, e lo Sposalizio della Vergine di Gaudenzio Ferrari (terzo altare della navata destra). Dei due pittori ritroviamo nel transetto, accanto all’altare dedicato a Sant’Abbondio (dall’esuberante apparato decorativo del 1514 di Giovanni Angelo Del Maino che ritroviamo nel 1515 attivo per l’altare del Crocefisso), patrono della città, rispettivamente i dipinti l’Epifania e la Fuga in Egitto. Ancora del Luini, sulla parte destra del transetto, la Pala Raimondi (o Sacra Conversazione o pala di San Gerolamo) commissionatagli dal cardinale Scaramuccia Trivulzio, allora vescovo di Como. L’altare maggiore, opera del 1728 in marmo, onice e bronzo di stile barocco è fronteggiato dall’antico altare della preesistente chiesa di Santa Maria Maggiore, risalente al 1317 e decorato da sculture dei Maestri campionesi. Nel Duomo sono inoltre sepolti numerosi prelati ed un laico: Benedetto Giovio, fratello maggiore del più noto Paolo Giovio.

MUSEO CIVICO PAOLO GIOVIO

Titolo: Museo Civico di Como
Periodo:1837
Autore: Benedetto Giovio
La storia del MuseoLa prima esposizione di oggetti curiosi, strumenti scientifici e antichità venne allestita in due locali del Liceo Classico cittadino, in seguito a una circolare del 1837 con cui l’arciduca Raineri, viceré del Regno Lombardo-Veneto, invita ad attivare “gabinetti tecnologici” dove raccogliere “qualunque prodotto naturale, di antichità o di un’industria”.
Le raccolte si ampliarono presto grazie alle numerose donazioni e l’edificio divenne insufficiente a contenerle. Il Comune istituì allora nel 1871 una “Commissione per la formazione e conservazione del Civico Museo” che portò nel 1897 all’inaugurazione della sede attuale, nel palazzo che era stato la residenza cittadina dei Conti Giovio, affittato nel 1894.
L’edificio, risalente al tardo medioevo, subì alcune modifiche nel XVI secolo per opera di Benedetto Giovio, ma assunse l’aspetto attuale, che risponde ai canoni del barocchetto lombardo, con Giovan Battista nel XVIII secolo. Anche gli affreschi del piano nobile rispecchiano i gusti del settecento: la “sala Perrone” è interamente decorata da scene mitologiche opera di Giovan Battista Rodriguez, la “sala Barelli” da finte architetture realizzate da Giuseppe Coduri Vignoli. Affittato, come si è detto, alla fine dell’ottocento come sede del Museo Civico, venne poi acquistato dal Comune di Como nel 1913.
Le raccolte, all’inizio del ’900, erano costituite da materiali molto eterogenei, ai quali si diede una migliore sistemazione nel corso degli anni con l’acquisizione di nuovi spazi, a partire dall’istituzione nel 1932 del Museo Storico “Garibaldi” nell’attiguo Palazzo Olginati, fino all’apertura della Pinacoteca Civica in Palazzo Volpi (via Diaz) nel 1989, e ai recentissimi lavori di restauro e allestimento.
L’incremento delle collezioni archeologiche fu molto rapido fin dall’inizio del secolo, grazie all’opera di illustri studiosi e ricercatori locali; l’attività di scavo e di ricerca che il museo svolge sul territorio porta a un continuo aggiornamento delle collezioni e delle conoscenze.

La Sezione del Collezionismo La sezione dedicata al collezionismo archeologico dell’ottocento presenta reperti di culture diverse acquisiti per lo più grazie all’eredità di un importante collezionista comasco, Alfonso Garovaglio. In questa sezione attualmente sono esposte la collezione egizia, dei vasi greci e magno-greci, dei bronzetti, delle gemme, nonché la raccolta preistorica di I. Regazzoni.
La collezione egizia comprende un migliaio di oggetti raccolti in gran parte da Alfonso Garovaglio nel corso di un viaggio in Egitto nel 1869. Spicca fra tutti un sarcofago in cartonnage, costituito cioè da vari strati di tela stuccata e accuratamente dipinta, che conserva al suo interno la mummia della sacerdotessa Isiuret. Ornano il sarcofago numerose immagini di divinità accompagnate da iscrizioni che invocano protezione, in cui compaiono il nome della defunta, i suoi titoli e la sua genealogia. Nel 1990 la mummia di Isiuret venne sottoposta alla TAC presso l’ospedale “S. Anna” di Como, che ha stabilito l’età della sacerdotessa fra i 18 e i 30 anni.
Tra gli altri reperti la collezione è arricchita dai numerosi usciabti, le statuette in faïence o legno che, poste nelle tombe, assolvevano, secondo le credenze magico-religiose egizie, alla funzione di servire il defunto nell’aldilà; e dai bronzetti, statuette rappresentanti le divinità più popolari e diffuse, in particolare la triade costituita da Osiride, Iside e il figlio Horo. Nell’antico Egitto si faceva largo uso di amuleti, con lo scopo principale di proteggere il corpo e ogni aspetto della vita stessa. Gli scarabei, in particolare, garantivano al defunto la continuazione di ogni funzione vitale nell’aldilà, poiché lo scarabeo era identificato con il simbolo del dio sole Ra al suo sorgere: il geroglifico a forma di scarabeo ha infatti il significato di “divenire”, “rinnovarsi”, e questo significato portò alla diffusione dell’uso funerario.
La sala più prestigiosa del Museo, la sala Perrone, ospita in quattro vetrine di cristallo un centinaio di vasi figurati greci e magno-greci. Sono rappresentate le principali classi ceramiche della Grecia antica (ceramica corinzia, attica a figure nere e a figure rosse), cui si affiancano pregevoli prodotti della ceramografia italiota, in particolare apula e campana, oltre a vasi a decorazione geometrica delle popolazioni indigene dell’antica Puglia. Le immagini dei vasi attici ci introducono in un universo ormai scomparso, tra guerrieri e divinità, cittadini esemplari ed eroi del mito; carichi di suggestioni e di valenze rituali, i vasi apuli a figure rosse, sui quali compaiono scene nuziali ed enigmatici volti femminili, evocano il multiforme mondo di Dioniso; vivaci e briosi, i vasi prodotti nell’antica Paestum ci riportano ancora una volta all’immaginario dionisiaco, come il piccolo Eros dipinto dal pittore Asteas, o riflettono gli aspetti della vita quotidiana, come il piatto con figure di pesci.
Ugualmente degni di nota, i vasi delle popolazioni dell’antica Apulia mostrano ricchi schemi decorativi giocati sull’alternarsi di motivi geometrici in rosso e nero. La collezione di gemme e paste vitree è esposta al centro della sala in cui sono collocate le grandi tele raffiguranti alcuni personaggi della famiglia Giovio. Si tratta di 66 intagli che vanno dagli scarabei etrusco-italici del IV secolo a.C. alle gemme neoclassiche del XIX secolo d.C., sebbene il nucleo più consistente sia rappresentato dagli esemplari d’età romano-imperiale. Al centro si trovano altrettante repliche di originali che i collezionisti commissionavano per arricchire la loro raccolta, realizzate in pasta di vetro di vari colori.
Una piccola sala ospita invece, all’interno di due vetrine ottocentesche restaurate, circa 200 bronzetti, per lo più statuette votive, ma anche amuleti, elementi di arredo, strumenti. Una vetrina raccoglie i bronzetti di produzione italica compresi fra il VII e il II secolo a.C. raffiguranti una divinità o, più spesso, un devoto che compie un’offerta. La seconda vetrina contiene invece gli esemplari di epoca romana: numerosi bronzetti raffiguravano soggetti religiosi e venivano collocati nei templi o nei larari, i tempietti domestici, ma anche gli arredi domestici erano spesso decorati da figure in bronzo.
La sala della collezione Regazzoni si segnala perché riproduce fedelmente l’allestimento originale ottocentesco, di cui sono state riutilizzate le vetrine; su una parete campeggia ancora un affresco rappresentante i siti palafitticoli del lago di Varese, dipinto appunto in occasione del primo allestimento. Nella sala si trovano allineate con cura centinaia di lame, schegge, punte di freccia in selce, asce di pietra levigata, frammenti di vasi, resti di animali, manufatti in legno, corno e osso provenienti dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Polonia, dalla Danimarca e perfino qualcuno dall’America. Non manca, ovviamente, un’abbondante documentazione sulle stazioni preistoriche italiane, soprattutto lombarde, e in particolare dell’area varesina.
La Sezione Preistorica e Protostorica L’illustrazione del processo evolutivo che portò alla comparsa del genere umano introduce l’esposizione dei materiali archeologici cronologicamente ordinati, scoperti sul territorio comasco.
Le prime testimonianze locali, risalenti al Paleolitico medio (60.000-35.000 anni fa), sono quelle rinvenute a Bagaggera, presso Rovagnate, e nella grotta del Buco del Piombo, a Erba. Due scavi recenti, il Monte Cornizzolo e Erbonne in Valle Intelvi, entrambi frequentati dai cacciatori-raccoglitori di 7.000 anni fa durante le stagionali battute di caccia, illustrano il periodo Mesolitico (8.000-4.500 anni fa).
Intorno alla metà del V millennio a.C. si diffondono l’agricoltura e l’allevamento, ha inizio la produzione della ceramica e degli strumenti in pietra levigata, si costruiscono insediamenti stabili: è l’inizio del periodo Neolitico. Lo scavo di Montano Lucino, riferibile alla prima fase della Cultura dei Vasi a bocca quadrata, è uno dei pochi siti che, allo stato attuale delle ricerche, documenta le fasi piene del Neolitico nel comasco.
Di grande interesse è anche il materiale proveniente dalla stazione palafitticola della Lagozza di Besnate (VA) (Neolitico recente, III millennio a.C.). Risalgono invece alla fine del Bronzo medio (XIV secolo a.C.) le armi di Ello-Oggiono presso Lecco, provenienti da “ripostigli”, luoghi nascosti o segreti dove venivano deposti oggetti di valore, e alcune forme da fusione di Cermenate (CO) (XII-X secolo a.C.), interessante testimonianza della metallurgia preistorica.
La cultura di Canegrate (Bronzo recente) è rappresentata dai corredi della necropoli scoperta negli anni ’30 ad Appiano Gentile (CO), che testimonia l’affermarsi della cremazione come pratica funeraria e offre i primi esempi di corredi ceramici. La sezione più importante del museo illustra la cultura di Golasecca, sviluppatasi durante l’Età del ferro, estesa dallo spartiacque alpino al corso del Po, dal Sesia all’Adda. I centri principali si trovano sul Ticino e più ancora nella zona di Como, dove la continuità insediativa è attestata dall’XI al IV secolo a.C.
Anche a Como, come spesso accade per le civiltà più antiche, l’immagine della società è ricostruita prevalentemente attraverso lo studio delle necropoli. Le sepolture sono caratterizzate dal rito funerario della cremazione: le ceneri venivano deposte dentro un’urna e collocate nella tomba insieme a oggetti di ornamento e vasi come corredo funerario del defunto.
I reperti rinvenuti in queste tombe testimoniano l’apertura delle genti golasecchiane agli scambi con il mondo transalpino da una parte e, dall’altra, con l’area centro-italica dove poi si svilupperà la civiltà etrusca. Saranno proprio questi contatti a determinare la grande fioritura dell’abitato di Como nel V secolo a.C.
Diverse sono le necropoli da cui provengono i materiali esposti: la più nota è quella meridionale, che porta il suggestivo nome di Ca’ Morta e si estende dal Crotto di Lazzago fino alla collina di Grandate.

La Sezione Romana Il passato di castrum romano di Como è ancora oggi ben visibile da un’osservazione in pianta o dalla cartografia della cosiddetta città murata, il complesso del centro storico racchiuso nelle mura medievali della città, sorte poco al di fuori delle mura romane. E’ di recente allestimento, nella sede di Palazzo Olginati, l’esposizione dedicata ai ritrovamenti di età romana effettuati in Como e dintorni.
Quattro piccole sale introduttive raccontano come la cultura romana si sia affermata, per la diffusione della scrittura e della lingua latina, che rappresenta un autentico salto culturale. I pochi oggetti esposti costituiscono veri e propri elementi di novità sconosciuti alla precedente cultura celtica: lucerne, bilancine di precisione, statuette, vetri soffiati dai colori brillanti, fine vasellame da mensa, affreschi.
Il percorso espositivo ricavato al piano terra chiudendo a vetrate il portico del palazzo illustra invece il periodo romano a Como e nel territorio attraverso i reperti qui rinvenuti. Alcuni elementi architettonici testimoniano la raffinatezza che doveva caratterizzare la città nei primi secoli dopo Cristo, soprattutto all’epoca del comasco Plinio il Giovane, ricordato da una base in marmo che doveva sostenere una statua a lui dedicata. Si distinguono un monumentale fregio con la parata dei cavalieri, quattro basi figurate, un busto frammentario dell’imperatore Settimio Severo.
Scendendo alcuni gradini si accede a uno scavo simulato che raggiunge 4 m di profondità, che permette di osservare la successione degli strati geologici e archeologici che ancora si conservano sotto la Como attuale. Dai reperti emergono alcuni dati della vita quotidiana: l’organizzazione militare, le manifestazioni religiose, i commerci, le attività produttive, l’alimentazione, la toeletta, la medicina, il divertimento e, da ultimo, il culto dei morti. Completa l’esposizione della Como romana il ricco Lapidario, collocato al piano terra di Palazzo Giovio. Vi trovano posto 82 reperti epigrafici, selezionati tra gli oltre 300 che costituiscono l’intera raccolta e suddivisi in cinque settori secondo un criterio tematico.
Al settore “Introduzione” fanno seguito quelli dedicati rispettivamente al Potere, alla Memoria, al Sacro e, per finire, alle iscrizioni non locali o false. La sala dedicata al Potere ospita anche un mosaico tardoromano (V-VI secolo d.C.) raffigurante un porticato a tre archi. Entro quello centrale si trovano due cervi affrontati ai lati di una colonnina su cui è collocato un vaso.

La Sezione Medievale La sezione delle lapidi medievali è collocata nel portico e lungo lo scalone di Palazzo Giovio. La città si è trasformata nel tempo e così i suoi edifici: taluni ancora esistenti altri non più.
Restano pietre, frammenti di tessuto urbano, civile e culturale che ora il museo racchiude e conserva. Si tratta di stemmi che un tempo ornavano le chiavi di volta dei palazzi nobiliari di Como, lapidi sepolcrali anche figurate, iscrizioni dedicatorie e commemorative, alcune delle quali ricordano personaggi illustri o avvenimenti degni di nota.
I materiali sono stati disposti in sei gruppi, ordinati in base ai luoghi di provenienza (chiese e conventi, palazzi e istituzioni pubbliche, case private) e al loro contenuto (persone ed eventi, famiglie illustri e personaggi, la famiglia Giovio).

Biblioteca del Museo La Biblioteca del Museo è specializzata nel settore archeologico; vi si trovano volumi riguardanti: preistoria, archeologia classica e medievale, museologia, cataloghi di mostre, guide di musei, tecniche di scavo e prospezioni, paleoecologia, paleozoologia e in generale scienze complementari all’archeologia.
Possiede inoltre diverse serie monografiche difficilmente reperibili presso altre biblioteche, come i British Archaeological Reports, Prähistorische Bronzefunde, Gallia, Gallia Préhistoire, Journal of Field Archaeology, World Archaeology. Consultabile è anche l’archivio del Museo Archeologico “P. Giovio” dal 1871.
La Biblioteca ha sede nelle aule affrescate al secondo piano del Palazzo dei Giovio, in una soluzione ottimale che permette, se necessario, di collegare la documentazione bibliografica con le informazioni ricavabili dai reperti, a disposizione negli adiacenti locali di consultazione del materiale archeologico. Inoltre, la presenza e la consulenza in tempo reale dei conservatori del museo, della bibliotecaria e degli altri specialisti, consente agli utenti di utilizzare al meglio la struttura.

PALAZZO VOLPI

Titolo:Palazzo Volpi (Como)
Periodo:1622
Autore: Sergio Venturi
Storia del PalazzoLa Pinacoteca civica di Palazzo Volpi di Como è sita in via Diaz 84, nella antica dimora della nobile famiglia Volpi. Il comasco Volpiano Volpi (1559-1629), arcivescovo di Chieti e residente aRoma, commissionò i disegni del palazzo all’architetto romano Sergio Venturi. L’edificio venne costruito tra il 1622 e il 1633 sotto la supervisione di Pietro Paolo Raimondi, nipote di Volpiano Raimondi, e la direzione del capomastro Marco Dotti di Piazza. La prevista pianta ad “U”, con la corte interna aperta sul giardino, rimase incompiuta nella parte settentrionale. Il palazzo è espressione di una mescolanza di due culture architettoniche ed abitatíve: quella romana e quella comasca.
L’edificio e il giardino rimasero proprietà dei Volpi fino alla metà del XVIII sec., quando passarono in eredità ai Canarisi; nel 1839 furono venduti allo Stato, che destinò l’intera area all’amministrazione giudiziaria. Nel 1855, al posto del giardino vennero costruite le carceri, mentre il palazzo venne utilizzato come sede del tribunale fino al 1968.
Acquistato dal comune di Como negli anni Settanta, il palazzo venne dapprima restaurato con l’eliminazione delle aggiunte ottocentesche da parte dell’architetto Gianfranco Caniggia e trasformato in museo (1989); infine, nel 2003, è stato adeguato come sede delle civiche raccolte d’arte e rinnovato negli allestimenti espositivi dallo Studio Pandakovic e Associati.

SAN CARPOFORO

Titolo:Basilica di San Carpoforo (Como)
Periodo: IV secolo
Autore: Liutparando
Materiale: Marmi Policromi Barocchi
La basilica di San Carpoforo fu la prima basilica della diocesi di Como, e la sua prima cattedrale.
StoriaSorse alla fine del IV secolo, per volere del primo vescovo di Como, San Felice, consacrato vescovo ed inviato a Como nel 386 da Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397. Attorno a questa chiesa nacque la prima comunità cristiana di Como.
Venne eretta sul luogo di un martirio risalente alle persecuzioni di Massimiano e Diocleziano del 303-305: Carpoforo, Esanzio, Cassio, Severo, Secondo, Licinio e Fedele, soldati della Legione Tebea in fuga da Milano insieme a Sant’Alessandro ed accompagnati da San Fedele, ovvero dalla persona che aveva ricevuto da Materno (vescovo di Milano dal 316 al 328 e predecessore di Ambrogio) la responsabilità di evangelizzare quella plaga. Prima di entrare in città, vennero arrestati e, poscia, portati alle falde del castel Baradello, in un luogo ove è testimoniato (grazie al ritrovamento di alcune lapidi) un culto al dio Mercurio. Qui vennero martirizzati per decapitazione. Sant’Alessandro venne portato a Milano, mentre San Fedele riuscì a sfuggire, risalì il lago, venendo a sua volta catturato e ucciso nei pressi di Samolaco.

Si è molto discusso se questa possa essere considerata la prima “cattedrale” (ovvero sede della cattedra espiscopale) di Como: in effetti, la sepoltura di Felice non offre alcuna conferma diretta. Ma essendo l’unica chiesa della diocesi, essa non poteva che essere sede del vescovo; almeno sino a che non venne sostituita dalla basilica dei SS. Pietro e Paolo, edificata da Amanzio sul luogo dove oggi sorge la Basilica di Sant’Abbondio.
Verso il 724, Liutprando, re dei Longobardi, commissionò una estensione dell’edificio paleocristiano.
Dopo l’anno mille, in un periodo di grande rinnovamento che coincise con la riedificazione della terza chiesa di Como, divenuta Basilica di Sant’Abbondio, la basilica di San Carpoforo venne trasformata in forme romaniche tipiche dei Magistri cumacini, venne aggiunto il campanile ed aggiunto un monastero affidato prima ai monaci Benedettini, poi agli Eremitiani di San Girolamo.
Nel 1772, ai tempi di Giuseppe II, il monastero venne soppresso e la basilica trasformata in parrocchia dell’allora comune di Camerlata.
Nel 1932 quest’ultima venne trasferita nella nuova parrocchiale di Santa Brigida, presso l’antica stazione ferroviaria e la basilica ospitò una scuola religiosa. In quella occasione, le spoglie di Felice e dei primi martiri furono traslate nella nuova parrocchiale.
L’EDIFICIO
La basilica presenta tre navate sorrette da pilastri a sezione rettangolare, a sostegno di arcate, che reggono la copertura a capriate della navata centrale e la copertura a crociera delle due navate laterali. Al termine delle navate sorge un presbiterio sopraelevato, accessibile attraverso due scale in pietra. Al di sotto venne ricavata una cripta, divisa in tre navate da sei colonne granitiche con capitelli, a reggere una volta a crociera.
L’altare maggiore è ornato da marmi policromi barocchi, e circondato da un coro coevo. L’altare copre l’antico sarcofago del fondatore San Felice, anch’esso rivestito da marmi policromi in stile barocco secentesco.
La facciata, orientata verso occidente, verso il soprastante castel Baradello, è contro-terra, a causa di antiche frane. L’ingresso avviene lateralmente dalla navata destra.
Le cappelle laterali sono decorate da affreschi del primo XVI secolo, in stile manieristico. Sul luogo della precedente fonte battesimale è conservato un affresco del XVIII secolo raffigurante il Battesimo del Giordano.

Cripta della basilica di San Carpoforo

SAN FEDELE

Titolo:Chiesa di San Fedele (Como)
Periodo:1914
Autore:Antonio Giussani e Magistri cumacini
La Basilica di San Fedele in Como si trova nel centro della città ed è dedicata a san Fedele martire.
Deriva da una precedente chiesa paleocristiana risalente al VII secolo dedicata a Santa Eufemia. Importante opera del romanico lombardo è il coro, ispirato alla Cappella Palatina di Aquisgrana, con un’importante decorazione scultorea dei Magistri cumacini con figure zoomorfe, mostri, grifoni, ecc.
ArchitetturaDi sviluppo romanico è l’originale impianto a tre navate irregolari innestate su un impianto centrale, pure irregolare per la minor dimensione dell’abside principale rispetto alle due del transetto, percorse da ambulacri coperti dai matronei. Posteriore è la volta a botte sulla navata centrale con ossatura ad archi-timpano. I restauri di Antonio Giussani hanno alterato la facciata (1914) e il campanile (1905). Reimpieghi di pezzi romani sono sopra il portale posteriore scolpito in età romanica e nel capitello adattato ad acquasantiera dell’ambulacro nord su leone stiloforo.

EsternoFacciataLa facciata neoromanica di San Fedele, rifatta ex novo nel 1914, presenta un rosone centrale.
CampanileEdificato probabilmente con la Basilica, crollò a causa di un terremoto nel 1117. Venne ricostruito nel 1271. Inclinatosi negli anni, venne demolito nel 1905 fino ad un’altezza di m. 11,90 e ricostruito.
Portale
Portale cuspidato databile tra i secoli XI e XII, detto anche portale del drago, si trova a destra dell’abside. Il portale presenta bassorilievi medievali soggetti a diverse interpretazioni. Secondo l’ipotesi più comune è rappresentato profeta Abacuc con i cestelli dei viveri per san Daniele; sotto Daniele in trono nella fossa dei leoni.

Particolare del portale orientale della basilica; san Daniele nella fossa dei leoni.

SANT’ABBONDIO

Titolo: La Basilica di Sant’Abbondio ( Como)
Periodo: 1050
Autore: Amanzio
Materiale: Marmo Scuro e Marmo Chiaro
Venne edificata sul luogo di una preesistente chiesa paleocristiana intitolata ai santi apostoli Pietro e Paolo, costruita da Amanzio, morto nel 448, terzo vescovo di Como dopo Felice e Provino e predecessore di Abbondio, attuale patrono della Diocesi di Como.
Da un viaggio a Roma, Amanzio riportò alcune reliquie degli apostoli Pietro e Paolo e per esse fece edificare una nuova chiesa, 1000 metri circa fuori le mura, oltre il fiume Cosia, lungo la Via Regina.
La basilica fu dedicata a Sant’Abbondio ed elevata a cattedrale nell’818. Servì da sede della cattedra vescovile sino al 1013 quando il vescovo Alberico, già cancelliere dell’imperatore Enrico II, la trasferì all’interno delle mura. L’edificio venne, quindi, affidato ai monaci benedettini, i quali, fra il 1050 ed il 1095, riedificarono la chiesa in stile romanico. Il 3 giugno 1095 la nuova basilica fu consacrata da papa Urbano II.
La basilica presenta cinque navate assai slanciate. A sviluppare il senso di altezza e verticalità contribuiscono anche due notevoli campanili gemelli posti nella zona absidale, soluzione piuttosto comune nella zona renana, ma eccezionale in Italia. La prossimità della città alle vallate alpine – importanti vie di comunicazione con l’Oltralpe – ha garantito una reciproca influenza del romanico espresso al di qua e al di là delle Alpi: allo stesso modo si spiega il forte verticalismo dell’interno della basilica, che dimostra, peraltro, la vitalità – ancora agli inizi del II millennio – della tradizione tardo-antica (soprattutto nella facciata, in cui tanto i contrafforti quanto delle tozze semicolonne evidenziano la partizione interna delle navate). La chiesa ospita poi bassorilievi romanici e una serie completa di affreschi della metà del Trecento. Sotto l’altare maggiore si conservano le reliquie del patrono.
Accanto alla basilica, il monastero medioevale è stato restaurato ed è la sede della facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le strutture della basilica paleocristiana, scoperte durante i lavori di restauro avviati nel 1863, sono ancor oggi segnate nel pavimento della chiesa con lastre di marmo scuro, mentre in corrispondenza delle antiche aperture è posto del marmo chiaro.

SANTUARIO DELLA MADONNA DEL SOCCORSO

Titolo:Santuario Madonna del Soccorso ( Como)
Periodo:1537
Autore:Agostino Silva
Materiale: Stucco e Terracotta
Il Santuario della Madonna del Soccorso sorge in Comune di Ossuccio sulla sponda occidentale del Lago di Como. È situato sul declivio della montagna, a 400 m . slm, sopra le località di Ossuccio a Lenno, di fronte all’ Isola Comacina. La tradizione popolare lega gli inizi della devozione alla Madonna ad una antica statua di Maria e a un antico dipinto.

La statua, in marmo bianco, nascosta probabilmente sul luogo in tempi di lotte e invasioni, fu qui ritrovata da una fanciulla sordomuta che ebbe il dono della guarigione.
Il dipinto, che rappresenta la Vergine col bambino Gesù e S. Eufemia, è molto antico (1501). Il Santuario del Soccorso è di epoche diverse: il corpo centrale fu completato nel 1537. A circa un chilometro dal Santuario, inizia il viale delle cappelle, lungo il quale si allineano i 14 tempietti barocchi, che racchiudono le scene rappresentanti i fatti della vita di Gesù e della Madonna ricordati nei misteri del rosario (il 15° mistero è raffigurato in santuario ).

I fatti sono raffigurati con statue in stucco e terracotta di grandezza naturale e con affreschi.
Le cappelle, realizzate tra il 1635 e il 1710, sono veri capolavori d’arte degli stuccatori della scuola intelvese, e rappresentano una singolare documentazione etnografica e folcloristica di quei secoli, con autore principale lo stuccatore Agostino Silva, di Morbio (1620-1706).
Le bellezze naturali e il silenzio che lo circondano, aiutano notevolmente a fare del santuario un luogo privilegiato di incontri con Dio.

TEMPIO VOLTIANO

Titolo:Tempio Voltiano (Como)
Perido:1928
Autore: Federico Frigerio
Materiale:Cemento Armato

Storia e descrizioneVenne inaugurato nel 1928. Voluto e finanziato dall’industriale e mecenate Francesco Somaini (1855-1939), il Mausoleo Voltiano sorge in concomitanza con l’esposizione celebrativa del primo centenario della morte di Alessandro Volta (1745-1827). Come sua specifica funzione il promotore propone la conservazione e la valorizzazione dei cimeli voltiani, non solo dei pochi frammenti fortunosamente strappati alle fiamme dell’Esposizione voltiana del 1899, ma anche di tutti quei “memorabilia” che in un modo o nell’altro possono essere collegati all’eminente fisico e alla sua vicenda comasca.
L’edificio è opera dell’architetto Federico Frigerio (1873-1959), principale esponente della cultura architettonica comasca del tempo. Il tempio, più che al neoclassicismo lombardo, si avvicina allo stile palladiano e in generale porta un riferimento “neoromano” abbastanza avulso dal contesto locale; del resto, al di là dell’immagine esteriore, l’ossatura dell’edificio è realizzata interamente in cemento armato. L’apparato decorativo è opera di artisti attivi sul territorio lariano: le statue della Scienza e della Fede poste ai lati dell’ingresso sono dei gemelli Carlo e Luigi Rigola, formatisi nell’ambiente milanese di Ludovico Pogliaghi e poi trasferiti a Cantù, mentre i rilievi interni con scene della vita di Alessandro Volta sono del comasco Pietro Clerici.
L’esposizione permanente
Il tempio Voltiano è il museo più visitato a Como. L’esposizione permanente, curata dallo Studio Pandakovic e Associati, è dedicata alla memoria di Alessandro Volta ed al riconoscimento del suo lavoro scientifico. Al piano terra sono esposti antichi strumenti scientifici legati alle sperimentazioni di fisica compiute da Alessandro Volta. La galleria del primo piano è dedicata al personaggio Alessandro Volta, agli onori a lui attribuiti nel corso della vita e nei secoli successivi. Come un racconto, l’esposizione ripercorre le tappe più importanti della sua vita, fino a delineare alcuni caratteri personali e privati di Alessandro Volta attraverso brevi citazioni di lettere ai famigliari. Alcune vetrine contengono le onorificenze originali ricevute da Alessandro Volta e una selezione dei materiali celebrativi diffusi in Europa nei due secoli successivi alla sua morte, tra cui la banconota da 10.000 lire dedicata ad Alessandro Volta, in vigore fino all’introduzione in Italia della moneta unica (l’euro) nel 2002, sul cui retro appariva il Tempio Voltiano. Sono inoltre presentati i temi dell’Esposizione Voltiana del 1899, dell’edificazione del Tempio Voltiano, del Congresso internazionale dei Fisici del 1927.

VILLA OLMO

Titolo: Villa Olmo (Como)
Periodo:1797
Autore:Innocenzo Regazzoni
La Villa Olmo è un imponente edificio neoclassico di Como, opera dell’architetto Simone Cantoni.
I marchesi OdescalchiLa costruzione della villa venne commissionata dal marchese Innocenzo Odescalchi all’architetto neoclassico Simone Cantoni, originario del paese di Muggio, nella omonima valle presso Mendrisio. Egli aveva consolidato una grande esperienza realizzando, fra l’altro, il fondamentalePalazzo Serbelloni, in Corso di Porta Venezia a Milano nel 1775 e la ristrutturazione del Palazzo Ducale di Genova.
L’edificio, costruito sulla riva occidentale del primo bacino comense, era destinato a residenza estiva per i marchesi. E, infatti, l’imponente edificio neoclassico, è completato da un ampio giardino affacciato sul lago, largamente risistemato dal successivo proprietario, il marchese Raimondi.
Il suo nome gli è stato attribuito grazie ad un magnifico olmo, allora più che centenario, oggi non più esistente.
I lavori ebbero avvio nel 1797, sulla base di un nuovo progetto, che rielaborava uno precedente opera del ticinese Innocenzo Regazzoni. Cantoni chiamò presso di sé i fratelli Domenico Pozzi, Carlo Luca Pozzi, Giuseppe Pozzi e lo scultore Francesco Carabelli, avvalendosi della loro collaborazione.
Il marchese Innocenzo Odescalchi vi ospitò, fra gli altri, nel 1797 il generale Buonaparte e nel 1808 Ugo Foscolo.
Successive opere di Simone Cantoni in cittàSuccessivamente, Cantoni guadagnò nuovi incarichi in città ed in Provincia: vale la pena di ricordare il seminario vescovile e la ristrutturazione del Liceo, presso Porta Torre (per il quale disegnò, fra l’altro, il salone della biblioteca, nel 1811 e, nel 1816, la facciata).
I marchesi RaimondiNel 1824, con la morte di Innocenzo Odescalchi, la dimora passò in eredità, al marchese Giorgio Raimondi.
In diverse occasioni ospitò, per ben tre volte, la visita degli imperatori d’Austria, Francesco II nel 1816 e nel 1826 e Ferdinando I nel 1838, accolti con grandi onori. Anche la regina delle due Sicilie e la regina di Sardegna vi trovarono accoglienza.
Il marchese Giorgio Raimondi ebbe un ruolo rilevante nelle insurrezioni del 1848-49. Per questo motivo venne esiliato in Svizzera, nel Ticino e la villa venne requisita.
Nel 1859 vi soggiornò anche Giuseppe Garibaldi[4], che sposò (assai infelicemente) la figlia del marchese, Giuseppina Raimondi.
I duchi Visconti di ModroneNel 1883 la villa venne ceduta al duca Guido Visconti di Modrone. I duchi affidarono all’architetto Emilio Alemagna l’abbattimento delle scuderie e di un portico, l’apertura di due balconate, il rifacimento degli stucchi del pian terreno, la sistemazione del parco e la costruzione di un piccolo teatro.
Il Comune di ComoNel 1924 venne acquisita dal Comune di Como, che vi ha ospitato, negli anni, l’Esposizione Internazionale per il centenario della morte diAlessandro Volta, numerosi congressi, spettacoli, mostre d’arte. Nel 1970 ospitò una puntata di Giochi senza frontiere. Dal 1982 è sede del Centro Volta, che vi organizza le sue manifestazioni internazionali.

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